“Tu”

Tu che vesti il cielo di stelle e che con un graffio stendi di verde i prati.
Tu che giri libero disegnando la luna mentre tutto attorno il buio si ricama.
Tu, che con un gesto della mano, levi verso l’alto occhielli in diesis e mi bemolle dando voce agli angeli dimenticati.
Tu, che con somme e sottrazioni ricostruisci imperi di sapienza, echi di civiltà perdute e coscienze messe a tacere.
Tu che giri e mescoli, con cucchiai di legno, ruote di parole che scendono nella valle dei tempi fatta  di eternità.
Tu che tutto vedi e senti, che non fuggi ma custodisci, che non fingi ma preservi, che non hai bisogni ma tutto abbisogna di te.
Tu che da sempre esisti resta, poiché in ogni lacrima versata possa  risplendere ciò che in vita tu mi hai donato.
Paola

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Caramente buongiorno😊

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Esco dal mio contenitore notturno mentre noto, 1 che non c’è il sole (Che successone) 2 che non fa caldo (qui una conquista graditissima) 3 che è Sabato e andrò nuovamente per boschi (degno di nota) nel pomeriggio, magari mi riprendo cerebralmente (speranza).
Buongiorno anche da qui.
P.

“Maria del Carmine” e il sapone di cocco

Tengo molto a questo ricordo dunque merita un postino.
Quando abitavo a Sao Paulo, vivevo in una casa enorme, di quelle con l’entrata pavimentata di marmo bianco, scalone semi circolare di legno con la guida di moquette azzurra, vetri cattedrale che costeggiavano la salita al primo piano, stanze e bagni disseminati lungo corridoi illuminati da appliques a muro con tanto di lampadine fatte a candela.

La mia stanza era l’ultima in fondo lato sinistro del corridoio a sinistra, primo piano dunque passavo la maggior parte del tempo sigillata là dentro. O studiavo ( dovendo fare doppio programma scolastico) o studiavo pianoforte, praticamente studiavo sempre. Non c’erano bambini con cui stringere amicizia, non mi era consentito e così, stufa di passare il mio tempo con “gli aristocratici” che il destino aveva voluto per me, presi a seguire la domestica di casa. Maria do Carmo il suo nome, una signora di Bahia, scura di pelle e vestita sempre di bianco. Non l’ho mai vista vestita con altri colori. Lei parlava poco, io non parlavo proprio ma, dato che faceva un sacco di cose secondo il mio parere molto interessanti, diventai la sua ombra. Il retro della casa dava su un cortile circolare colmo di piante e fiori, e d’un lato c’era la lavanderia e il laboratorio in cui uno dei “signorotti” trascorreva il suo tempo a dipingere e scolpire.
Adoravo quella lavanderia, buia, con i pavimenti listellati di legno che stallavano ad ogni passo. La guardavo lavare a mano, con il sapone di cocco che aveva un profumo delizioso. Lavava lenzuola, maglioni, pantaloni, asciugamani
…tutto a mano, e io restavo incantata nel vedere come riuscisse in poco tempo a stendere tutta quella roba lavata, ogni giorno!
Lei non mi faceva domande io ne le facevo domande e un giorno compresi che avendo pochi denti in bocca, forse per imbarazzo, non scuciva volentieri parole e sorrisi. Ma, trovai il coraggio di prendere un pezzettino di sapone e una mia maglietta, e mi misi accanto a lei a lavarla. Sfregavo, giravo, sciacquavo e strizzavo, per poi appenderla al filo del bucato salendo su una seggiola dato che ero una tappa a 8 anni. Il tutto in gran segreto, non potevo e dovevo dare confidenza al personale domestico. Con la cuoca ogni tanto potevo, si chiamava Thaís, ma solo se avevo necessità di qualcosa. Ovviamente mi beccarono, finii in castigo (ho passato più tempo in castigo che all’aperto) e ovviamente imparati gli orari d’uscita dei signori, seguitai ad andare in lavanderia. Mi lavavo la mia roba, e avevo capito che nel mio piccolo potevo essere d’aiuto e non di disturbo. La vedevo stanca, le sue infradito erano così consumate che sembrava camminare su foglie di limone e io le volevo bene. Mangiava praticamente in piedi e un giorno, in sua difesa ne combinai una davvero grossa.
Mi rifiutai di mangiare in sala da pranzo con il parentado (finto) e andai a mangiare con lei nell’anticamera della cucina (in portoghese si chiama copa, è una stanza che anticipa la cucina, luogo in cui non si cucina). Mangiai in piedi con lei (finii in castigo, ovviamente) ma da quel giorno Maria poté accomodarsi a un tavolino per consumare il pasto.
Quindi, tutto questo a dire che Maria del Carmine mi ha insegnato tanto, molto, e le sarò sempre grata. So che è morta, anni fa… per me lei è Onnipresente e se chiudo gli occhi, sento ancora l’odore del sapone, del suo sapone di cocco.
P.

Venerdì…

Mi verrebbe da dire wow che bello in realtà sono talmente fusa che non dico niente.
Spero veramente di riuscire presto a fermarmi per rendermi almeno conto dei giorni senza guardare il calendario o leggere ormai meccanicamente l’orologio. Mi snerva dover dire  sempre “oh mamma sono già le…..” oppure “porca miseria devo muovermi è tardi…”
Ho bisogno di tempo per poter pensare, anche!
Quintali di cose che mi cadono addosso, questo continuo dover provvedere a…… quando mi provvedo io??? Avrò diritto a provvedermi no?
Queste sono le cose che mi mandano in bestia!
Io ho bisogno del mio tempo, e me lo vado a riprendere!!!!
Venerdì…..meglio tardi che mai.

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And she said my clocks are running 2

And there, right there there’ll be no time ever.
Dreams and songs, angels and beasts, black waves and white feathers will join us in a peaceful way.
Let me run through the brightness of nature and keep breathing in a bottle of blue oxygen.
Clocks are running need to go.

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And she said my clocks are running…

“Hey, I need to rewind my time just for a while, just a little bite of sensations I need not to loose.
That time where everything was absolutely extraordinary, so far away from what days are.
Need to because nothing collapses, nothing becomes ordinary and obvious.
Can you hear this time where we met the first time? Can you rewind beauties stuck in that mindful way of being without presence anyway?
My clocks are running away, not right either left, not behind either in front of. They’re burning in my silence. Time doesn’t hit me anymore, hats fit my head with all my dreams and there, right there,